In un piccolo lembo di terra, sul versante solivo della rupe del Calvario, sono state rinvenute numerose testimonianze preistoriche, romane, e medievali, che aprono finestre importanti sulla storia della Valle.
Qui puoi vedere le immagini degli oggetti preistorici: quelli più antichi, risalenti all’età del Rame e del Bronzo, raccontano di attività agricole e di caccia; quelli più recenti, dell’età del Ferro, di un vero e proprio insediamento, aperto a relazioni con Celti e Camuni.
Questo frammentodi palco di cervo presenta, su un’estremità, tracce di intaccature: durante l’età del Bronzo fu infatti, molto probabilmente, impiegato come manico di uno strumento.
L’utilizzo della materia dura animale ha una lunga tradizione nella preistoria alpina, e i palchi di cervo, recuperati con la caccia o con la raccolta a terra dopo la muta, erano apprezzati per le loro caratteristiche di elasticità e robustezza.

La “Vigna Valesini” costituisce un’area apparentemente poco significativa, e tuttavia importantissima, come poche altre in Valtellina, per chi vuole seguire le tracce degli antichi abitanti di questo territorio.
Da quest’area pianeggiante, infatti, posta a circa 500 metri di quota, naturalmente ben protetta e affacciata sul fondovalle, sono venuti alla luce, il secolo scorso, numerosi oggetti antichi. Testimonianze preziose che documentano diverse fasi di frequentazione e di vita dell’area, dalla preistoria al medioevo, narrandoci, in maniera frammentaria ma eccezionale, di antiche attività, di mode e di gusti estetici, di contatti con altri valli, di tecniche di lavorazione, e, per chi sa osservare con attenzione, di tanto altro.
Se vuoi osservare dal vivo gli oggetti trovati in questa vigna, visita la Sezione Archeologia del MVSA – Museo Valtellinese di Storia e Arte.

L’oggetto che vedi è una punta di freccia, molto ben conservata, databile tra l’Antica e la Media età del Bronzo.
La punta è stata realizzata scheggiando la selce, una pietra resistente, dall’aspetto simile al vetro, molto utilizzata nella preistoria. Una pietra, tuttavia, non presente in questi luoghi, che fu fatta arrivare da fuori.
Se osservi con attenzione l’oggetto, puoi vedere che dalla parte opposta alla punta ci sono tre piccole estremità appuntite. Le due laterali si chiamano “alette” e consentivano di arpionare più efficacemente la preda, mentre quella centrale, chiamata “peduncolo”, serviva per fissare l’asta della freccia.

Questa bella pietra levigata, di forma quasi rettangolare, è una lama di accetta in serpentino, databile tra l’Antica e la Media età del Bronzo.
La lama, una volta fissata al manico (in palco, legno o osso) con legature di fibre vegetali o pelli, costituiva uno strumento molto versatile, utilizzabile per differenti attività.
La pietra, un serpentino poco scistoso, potrebbe essere originaria della Valmalenco o della Val Poschiavo. Lame di pietra simili sono attestate, a partire dall’età del Rame, nelle Prealpi, nella Pianura Padana e in Svizzera.

Questo strumento dalla punta arrotondata, in diorite locale, aveva una funzione battente. L’ampia scanalatura mediana era utilizzata per immanicare l’oggetto: un’immanicatura, molto consistente, adatta alle dimensioni e al peso dello strumento, che doveva avvicinarsi, da integro, al chilogrammo.

Sappiamo poco di come ci si vestiva in Valtellina 2.500 anni fa, ma oggetti come questi forniscono informazioni preziose.
Si tratta di un fermaglio per le vesti, o fibula, oggetto che serviva per unire due parti di tessuto, e per ornare e impreziosire l’abbigliamento.
La fibula del Calvario, databile tra V e IV sec. a.C., è in bronzo e il suo stile ci racconta dei contatti intrattenuti dagli abitanti della Valle, in questo periodo, con le popolazioni celtiche.
La sua fabbricazione dovette essere piuttosto laboriosa: soffermati ad osservare i numerosi dettagli, come, a destra, l’avvolgimento di spire su entrambi i lati dell’oggetto, parti di un elaborato meccanismo a molla che permetteva di aprire e chiudere il fermaglio, o, a sinistra, la curiosa appendice con forme forse ispirate al mondo vegetale che, elegantemente appoggiata sull’arco, decorava l’oggetto.

Ecco un piccolo frammento di contenitore, un fondo di vaso lavorato al tornio, all’apparenza poco interessante. In realtà, questo modesto pezzetto di ceramica ci fornisce numerose informazioni, perché appartiene ad una tipologia di boccali ben definita, chiamati “di tipo Breno”. Qui puoi vedere la ricostruzione di come doveva apparire da integro.
I boccali di tipo Breno, databili tra il V e l’inizio del III secolo a.C., erano legati, come dice il loro nome, alla Valcamonica, ma si diffusero anche in Val Trompia, nelle Valli Giudicarie trentine e, appunto, in Valtellina, all’interno di una regione che dovette essere, in questo periodo, piuttosto definita dal punto di vista culturale. Nell’area in cui si diffusero questi boccali, infatti, troviamo arte rupestre dai caratteri simili e forme di scrittura molto vicine.
Se osservi attentamente l’immagine vedrai che l’oggetto “brilla”: l’effetto è dovuto alla presenza, nella ceramica, di inclusi micacei. Questo impasto veniva scelto, forse, proprio per il suo particolare effetto estetico.

La rupe del Calvario è una suggestiva prominenza rocciosa che aggetta sul fondovalle, costituita da scisti cloritici del Servino.
Sul versante meridionale della rupe, proprio sotto la cima, si apre, a 550 metri di quota, un terrazzo denominato “Paradiso dei cani”. Qui, una piccola cavità nella roccia testimonia di scavi esplorativi effettuati nell’Ottocento per l’eventuale sfruttamento dei minerali ferrosi presenti. Accanto alla cavità, verso ovest, un vertiginoso affaccio sui dirupi sottostanti, sormontato da pinnacoli di roccia, costituiva probabilmente un luogo riparato di osservazione sul fondovalle e di difesa.
Un carattere di identità visiva coerente al luogo lungo i secoli è dato dall’impiego della roccia verde del luogo (la prasinite), impiegata negli edifici sacri (l’Oratorio del Calvario, il santuario della Santa Casa), nelle fontane, nei portali.

Pochi sanno che a Tresivio si trovano più di cento armi preistoriche: non armi reali, ma accurate e preziose raffigurazioni. Asce e pugnali incisi più di 3.500 anni fa su una grande roccia, alle pendici orientali del dosso del Calvario. Si tratta della più ricca testimonianza rupestre esistente in tutta Europa sulle armi dell’età del Bronzo.
Quello che vedi è il rilievo archeologico di un'importante porzione della roccia: osserva come le armi si combinano tra loro, a formare allineamenti e incastri, e come ogni singolo oggetto sia "unico", differente dagli altri.
In piazza Fontana fu rinvenuta casualmente, nel 1871, questa importantissima stele, con un'iscrizione in lingua celtica e caratteri nord-etruschi. Sotto la scritta, che riporta il nome del defunto, si nota una linea sinuosa: si tratta di una barchetta "ornitomorfa", ovvero con le estremità a forma di testa di uccello.
La stele, combinando linguaggio scritto e figurativo, evoca probabilmente l'ultimo viaggio, ultraterreno, di un antico abitante della Valtellina.
Per vedere la stele da vicino visita la sezione Archeologia del MVSA - Museo Valtellinese di Storia e Arte di Sondrio.

Con i suoi numerosi passi, valichi e passaggi minori, le Alpi Orobiche mettevano in contatto la Valtellina con altre valli a sud e ad est (in particolare la Valle Camonica e le valli trentine) e con la Pianura Padana. Da qui transitavano persone, animali, oggetti e, insieme a loro, saperi e immaginari.

Solo recentemente il corso dell’Adda ha assunto la forma per noi così consueta. Anticamente il fiume, privo di argini, correva libero rendendo di frequente il fondovalle paludoso.

La rupe del Calvario appare oggi caratterizzata da stupendi terrazzamenti vitati. Durante le più antiche fasi di insediamento del sito, tuttavia, prima della realizzazione dei muretti di contenimento in pietra a secco, doveva apparire più spoglia e rocciosa.

Sulla rupe del Calvario nell’età del Ferro sorgeva un abitato di altura. Altri, più o meno coevi, sorgevano sui dossi e sui promontori presenti nella parte centrale della Valle, come quelli, a ovest, di Castello Grumello e di Castello Masegra.

Progetto Emblematico Maggiore finanziato da
Fondazione Cariplo
Regione Lombardia
Soggetto capofilaComunità Montana Valtellina di Sondrio
In collaborazione con
Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per le provincie di
Como, Lecco, Monza e Brianza, Pavia, Sondrio e Varese,
Comune di Tresivio
MVSA - Museo Valtellinese di Storia e Arte
Coordinamento scientifico Rita Pezzola
Testi Luisa Bonesio, Francesco Ghilotti, Rita Pezzola
Laboratorio dell’Identità Marta Zecca, Alice Melchiorre, Annalisa Cama, Pietro Azzola
Sviluppo dell'applicazione digitale Nereal Srl
Rilievi 3D del dosso del Calvario e della stele di Tresivio Marco Tremari
Fotografie degli oggetti Pietro Azzola
Rilievo della roccia Umberto Sansoni, Silvana Gavaldo, Cristina Gastaldi
Illustrazione della fibula Marco Brigatti
Ringraziamenti Paola Bordigone, Angelo Martinotti, Alberto Marretta